C’è un tempo del prima e un tempo del dopo, ma se la malattia è una porta aperta sull’abisso, la verità è che anche nell’abisso la vita brulica incessante e non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi.
Concita De Gregorio racconta una storia che è anche la sua, ma questo non è il diario di una malattia. È il resoconto luminoso di quanto l’incontro con l’altro ci faccia sentire vivi, e ci renda umani. Conosciamo così Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con la tenerezza di una madre. Il Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare. Un infermiere che per distrarti dalla paura ti chiede quale sia la tua canzone preferita, per poi cantartela. Una madre che lascia una lettera di istruzioni ai figli e al marito perché anche in sua assenza possano trovare le cose che, come tutti i maschi, non trovano mai. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, l’intelligenza e la sensibilità che ribaltano ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e la curiosità per gli altri, perché è sempre attraverso le storie degli altri che scopriamo la nostra.
La cura è uno spettacolo in cui, ancora una volta, Concita De Gregorio ed Erica Mou intrecciano le loro voci sul palco, come la colonna sonora di un film, le canzoni di Erica Mou – composizioni originali e reinterpretazioni di classici – sostengono il racconto tingendolo ogni volta di un significato nuovo e sorprendente.
“Nel mio mondo nuovo, nel tempo nuovo arrivato in dono, imprevisto e prezioso, ho imparato a separare quello che vale da quello che no. Certo, sarebbe stato meglio capirlo prima. Ma nessuno impara da nessuno. La sola cosa che posso condividere sono le storie che nel cammino ho incrociato. Le vite degli altri, l’ascolto e la cura. Perché solo questo conta, alla fine: avere cura”.

