Il padre di mio padre – di Sergio Fantoni

Sergio Fantoni - I lunatici

Pubblichiamo un breve racconto autobiografico di Sergio Fantoni sul mestiere dell’attore.

IL PADRE DI MIO PADRE

“Sempre meglio che andare a svaligiare le banche!”
Avrebbe commentato mio padre a questo punto. Ma suo padre, il padre di mio padre, non era della stessa idea. Per cui un bella sera tornando a casa, come al solito tardi, perché faceva teatro con una filodrammatica del quartiere (a Bologna allora, come oggi del resto, moltissimi facevano teatro. Il successo e la fama di molti attori del momento faceva sognare i giovani più coraggiosi e temerari. Mio padre era uno di loro).

Ma una sera tornando a casa, tardi come al solito, trovò la porta chiusa e fu costretto a dormire sotto i portici di via delle Belle Arti dove abitava, sia pure riscaldato dalla coperta che la sorellina, la zia Bianca, gli aveva passato, di nascosto, attraverso la finestra che dava sui portici. Il bello o il brutto è che quella porta non si aprì mai più, almeno per lui. Il padre intimò agli altri sei figli e alla madre di non aprire mai più quella porta a Cesare. E così fu. Fu una condanna senza appello. Non lo volle rivedere mai più.

Ora il ‘nonno’ aveva una piccola fabbrica specializzata nella lavorazione del ferro battuto e lui fu fedele alla sua specialità: non si piegò né si ruppe. Ricordo, abbastanza chiaramente (!), che, molti anni dopo, mio padre fu avvertito dalla carissima sorella Bianca che ‘il nonno-papa’ era in ospedale ed era in punto di morte. Mancava poco… Papà pensò che forse era l’occasione perfetta per la pacificazione. Decise di andare a trovarlo in ospedale, e di portare, in appoggio all’operazione “recupero affetto paterno”, anche me, avrò avuto quattro o cinque anni, forse per intenerirlo, o per fargli vedere che era diventato bravo, che aveva messo su famiglia, che anche gli attori in fondo avevano un cuore…Ricordo una lunga, lunga, corsia, con la volta a botte, bianca, bianca… tanti letti, allineati sui due lati, il pavimento lucido, lucido. Mio padre mi teneva per mano. Avanzavamo dentro un silenzio denso di strani odori, interrotto soltanto dal rumore dei nostri passi, soprattutto i miei, ché con la mano stretta in quella di mio padre facevo resistenza, strisciavo i piedi. Finalmente ci fermammo davanti a un letto. Dalle lenzuola sbucava un volto bianco, corrucciato. Non so come percepì la nostra presenza. Fatto sta che socchiuse gli occhi, li mise a fuoco su mio padre, sembrò perdersi in non so quali pensieri poi li abbassò, per un attimo, non di più, senza espressione, su di me. Poi li richiuse e si girò su un fianco. Morì quella notte. Quella fu l’unica volta che vidi mio nonno. Il padre di mio padre. Fine della storia.

Dal sito https://www.sergiofantoni.it/

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