Troiane

di:
Euripide
regia:
Marco Bernardi
interpreti principali:
Patrizia Milani (Ecuba)
Carlo Simoni (Poseidone)
Sara Bertela‘ (Andromaca)
Corrado d’Elia (Taltibio)

e con
Valentina Capone (Atena)
Gaia Insenga (Cassandra)
Riccardo Zini (Menelao)
Valentina Bardi (Elena)
Valentina Morini (coro)
Karoline Comarella (coro)

Produzione Teatro Stabile di Bolzano
traduzione di Caterina Barone
scene di Gisbert Jaekel
costumi di Roberto Banci
luci di Lorenzo Carlucci

Macerie fumanti, cadaveri sanguinanti, pianti e grida di dolore: Troia in fiamme come emblema della caduta di un regno, come luogo archetipico della distruzione e del saccheggio. A partire dal materiale mitico della tradizione arcaica, la drammaturgia di Euripide presenta al pubblico lo spettacolo dei crimini di guerra e la deriva di una popolazione devastata. Rappresentata nel 415 a.C. all’indomani di un efferato massacro della città di Milo da parte di Atene, Troiane porta in scena la guerra vista attraverso gli occhi degli sconfitti. Con un rivoluzionario cambio di prospettiva, l’ateniese Euripide comincia la tragedia là dove l’epos di Omero finisce: Troia è già caduta e della città non rimane che un rogo immenso. I troiani giacciono morti dopo l’immane carneficina; le loro donne, folli di dolore, attendono prigioniere di conoscere il loro destino. L’orrore e lo strazio sono focalizzati nella prospettiva delle vittime, dei corpi umiliati e spogliati delle loro identità, delle soggettività ridotte a voci sofferenti quanto inermi. La tragedia di Euripide urla una denuncia radicale della guerra; è un dramma universale, in cui ogni epoca può rispecchiarsi.

Attraverso una complessa costruzione di genere, il destino dei vinti si articola in un défilé di figure femminili che rappresentano altrettanti ruoli e altrettante esperienze travolte dalla spirale della violenza. Ecuba, Andromaca, Cassandra: una regina privata del trono, una vedova cui viene ucciso l’unico figlio, una figlia ritenuta da tutti una povera pazza. Su tutte incombe il trauma della perdita e dello sradicamento: la partenza verso un altrove che significa schiavitù e miseria.

Nella condizione di una totale impotenza restano solo il lamento, le grida di dolore, le imprecazioni rancorose, i paradossi di una ragione allucinata, l’urgenza emotiva di dirsi e di raccontare un’ultima volta la propria storia e il proprio diverso passato. Nessun tribunale di guerra potrà riparare la catastrofe e l’umiliazione di queste donne. Nessuna possibilità di denunciare colpe e responsabilità. La guerra è stata voluta dagli dèi, ribadisce Elena, protetta dalla sua inossidabile bellezza. La nuda tautologia del mito chiude ogni discorso e ogni rivalsa. Nelle fiamme del rogo finale, costruzioni teologiche e mediazioni politiche crollano insieme alle case e agli edifici della città.

Perchè vederlo?

Euripide presenta l’atroce spettacolo dei crimini di guerra e la deriva di una popolazione devastata articolati in una sfilata di figure femminili: Ecuba, Andromaca, Cassandra. La narrazione dell’agonia e morte della città di Troia, con il suo corollario di distruzione, saccheggio, prigionia, rappresenta la più radicale e universale denuncia dei disastri dei conflitti, un dramma in cui ogni epoca può rispecchiarsi.