IL VIAGGIO DI ENEA

di Olivier Kemeid
dall’Eneide di Virgilio

Con Fausto Russo Alesi, Riccardo Tordoni, Roberta Caronia, Carlo Ragone
e con Simone Borrelli, Emmanuel Dabone, Antoinette Kapinga Mingu, Valentina Minzoni, Kabir Tavani

Gli attori Lorenzo Frediani e Giulia Trippetta hanno preso parte all’edizione 2016/17

Regia
Emanuela Giordano

Produzione
Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

con
Associazione Teatro di Roma

Da mercoledì 22 novembre a domenica 3 dicembre 2017 IL VIAGGIO DI ENEA di Olivier Kemeid dall’Eneide di Virgilio Con Fausto Russo Alesi, Alessio Vassallo, Roberta Caronia, Carlo Ragone al Teatro Carcano

Il viaggio di Enea è il racconto poetico delle migrazioni. Migrazioni per le guerre, per la fame, per la ricerca del benessere intravisto da lontano. È una storia familiare, quella di Olivier Kemeid e una riscrittura moderna, ma comunque fedele del classico di Virgilio, in cui l’autore proietta le vicende di suo padre e della sua famiglia, emigrata dall’Egitto al Canada con mille peregrinazioni e molteplici difficoltà alla perenne ricerca di un mondo migliore, attraverso personaggi e luoghi del mito di Enea.

Olivier Kemeid ha riconosciuto nel racconto di Virgilio la storia di suo padre, che è la storia dell’uomo, in fuga dai disastri dell’esistenza. Dal latino, al francese, all’Italiano odierno il mito compie il suo viaggio di ritorno offrendo nuove riflessioni. L’Enea di Virgilio supera le insidie del viaggio grazie alla divina materna benevolenza. L’Enea di Kemeid, che pure si rifà in tutto e per tutto al racconto virgiliano, non ha santi in paradiso ed è per questo più spaventato, più stanco e meno pio. Per una volta, l’esodo biblico che cambierà il volto dell’Europa viene raccontato da chi è costretto a partire, con un ironico capovolgimento dei ruoli in cui i neri sono al posto dei bianchi e viceversa. Non c’è enfasi, non c’è retorica e nemmeno vittimismo. C’è, in primo piano, solo la necessità di sopravvivere. Enea è un giovane uomo che vive un continuo conflitto di coscienza: pensare a se o pensare anche agli altri? Sopravvivere in clandestinità o rischiare per ritrovare dignità e rispetto di se stesso? Il figlio di Enea, Ascanio, divenuto grande, riordina frammenti di ricordi così come gli sono stati raccontati dal padre. Ne ricostruisce il viaggio, i rapporti, gli amori, i dubbi, l’approdo che al momento è solo una speranza.

Quello di Emanuela Giordano è un teatro che si costruisce in scena, con i corpi e le intelligenze vive degli attori. Questo testo è quindi ancora una trama aperta, la traccia di un viaggio che si può compiere solo con attori capaci di mettersi completamente in gioco. La regista inserisce nel testo di Kemeid segni tangibili dell’Eneide di Virgilio, cercando e traducendo con asciuttezza quei versi che con più aderenza si fondono in questa moderna riscrittura. Ogni scena è così cadenzata da evocazioni dell’opera originale, rendendo più evidente il nesso tra il mito e la contemporaneità.

Non analizzare la “correlazione oggettiva” con il presente, non approfondirla, sarebbe un’omissione. Il confronto con il mito diventa così anche strumento per cogliere temi essenziali del vivere contemporaneo, che la Giordano decide di affrontare prima di tutto con gli attori coinvolti nella messa in scena, attori che dovranno fare i conti con loro stessi, senza filtri.

Note di regia

La prima volta che ho letto questo testo mi sono emozionata pensando al viaggio che aveva compiuto il mito di Enea attraverso i secoli, i luoghi, le lingue. Ho cominciato a studiare, ad approfondire. Ho scoperto così che l’icona dell’uomo sconfitto, che viene da lontano, in cerca di una terra dove vivere in pace, è presente nella cultura mediterranea molto prima di Omero e di Virgilio. È come se quest’uomo fosse sempre esistito, come se albergasse da sempre dentro di noi, nella nostra memoria genetica, una memoria che fatichiamo a riconoscere come nostra. Eppure la storia che abbiamo lasciato appena alle spalle ci racconta di rastrellamenti, persecuzioni, migrazioni di massa. Qui come altrove, è sempre stato un continuo fuggire e ricostruire. Grandi e potenti nazioni sono il frutto dell’incontro di tanti esseri umani soli e disperati che, dalle macerie delle loro esistenze, hanno saputo ricostruire una vita di lavoro, cultura, orgoglio, passione. Desiderare vuol dire colmare la distanza tra ciò che siamo e ciò che aspiriamo a diventare. Il desiderio di salvezza e di riscatto muove il mondo, è un’energia che va ben al di là delle opinioni politiche, della violenza degli estremismi, della barbarie di chi specula sulla miseria e disperazione altrui. È come se volessimo arrestare il movimento della terra. Semplicemente non si può. È per questo che il testo di Olivier Kemeid mi ha interessato, ci parla di oggi con la lingua di oggi ma con la consapevolezza che il racconto, la grande favola di Enea e del suo popolo riguarda tutto il mondo, da sempre.

Ho connesso, fuso, l’opera di Kemeid con evocazioni del capolavoro di Virgilio, costruendo un ponte tra l’epica e il contemporaneo, un’avventura piuttosto inedita ma struggente, di ricomposizione linguistica e identitaria. Son anche crollata in una crisi di senso, sommersa dal dolore di ciò che sta accadendo senza che si legga una soluzione “ragionata” ma “audace”. Ho tentato di reagire ponendo a noi e a voi, pubblico, questa semplice domanda: e se succedesse a noi? Cosa faremmo? Cosa ci aspetteremmo dagli altri? Questa domanda mi ha sollecitato una scelta di regia: mettere noi nei panni di chi è costretto a fuggire e attori di colore nei panni di chi dovrebbe accoglierci. Una piccola provocazione, ma ce ci aiuta a ribaltare il punto di vista. In una scena di “improvvisazione” fuori dal copione, ci domandiamo se questo ribaltamento del punto di vista possa essere un esercizio utile, da praticare ogni giorno. Noi, tutti noi, abbiamo atrofizzato la nostra capacità di empatia, di immedesimarci nei panni dell’altro, abbiamo prosciugato la nostra fantasia a vantaggio di un cinismo senza futuro e senza bellezza.

Quello di Kemeid non è un testo di “denuncia” o di “buoni propositi”, è materia viva che produce riflessioni ed emozioni a catena. La parola ospite vale per che accoglie e per chi viene accolto, sottende la capacità di contemplare la possibilità di un cambio di ruolo e di responsabilità. Siamo lontani dal trovare soluzioni, ma il teatro ci offre il regalo di potervi riflettere senza barriere ideologiche, puntando a ritrovarci per quello che siamo o potremmo diventare se solo ne fossimo capaci. Alla fine dello spettacolo sono citate alcune parole tratte da Dio è Dio del poeta sudanese Mustafa Abdelkarim.

Emanuela Giordano

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2017

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