Moscheta

di:
Angelo Beolco detto Ruzante
regia:
Marco Sciaccaluga
interpreti principali:
Tullio Solenghi
Maurizio Lastrico
Barbara Moselli
Enzo Paci

Produzione Teatro Stabile di Genova
adattamento a cura di Gianfranco De Bosio
scena e costumi di Guido Fiorato
musiche di Andrea Nicolini
luci di Sandro Sussi

Scritto nei primi decenni del Cinquecento, Moscheta è un classico del teatro italiano che conserva ancora oggi tutto il suo divertimento e la sua attualità presentando con originalissima forza comica un mondo contadino rozzo e sensuale, ma comunque migliore di quello affettato e ingannatore della città, nella quale trionfa la lingua “moscheta” che appartiene ai furbi e agli imbroglioni.

La commedia affronta, con libertà e forza inventiva paragonabili solo a quelle della quasi contemporanea Mandragola di Machiavelli, temi di grande attualità (sullo sfondo, la guerra tra spagnoli e francesi per il controllo del territorio) e situazioni sessualmente esplicite (il triangolo di maschi che ruota intorno a Betìa), disegnando all’interno di queste, con meravigliosa evidenza comica, comportamenti e psicologie di personaggi difficilmente dimenticabili. Un linguaggio teatrale ora dialettale e ora “moscheto”, quello di Ruzante (1496 c.-1542) che in questa messa in scena del Teatro Stabile di Genova è reso comprensibile anche agli spettatori di oggi attraverso il discreto e amorevole adattamento richiesto dallo Stabile allo specialista Gianfranco De Bosio, cui si deve sin dagli anni Cinquanta la riscoperta dello scrittore e attore padovano sui palcoscenici italiani.

Moscheta ha debuttato a novembre 2011 al Teatro della Corte di Genova con grande successo. La critica ha definito “da manuale” l’interpretazione di Solenghi, “magistrale” la regia di Sciaccaluga, “da non perdere” lo spettacolo tutto.

Il provinciale Menato lascia la campagna per raggiungere a Padova la moglie di Ruzante, Betìa, che era stata la sua amante e della quale si dichiara ancora innamorato. Respinto dalla donna, Menato pensa di conquistarla facendola litigare con il marito e per questo confida a Ruzante di averla vista accettare il corteggiamento di uno sconosciuto. In realtà, la donna è sessualmente attratta da Tonin, un soldato bergamasco suo vicino di casa. Ma quando Ruzante le si presenta travestito da “spagnaruolo” e la corteggia parlando in lingua “moscheta”, Betìa finisce con l’accettarne le galanti profferte, fingendo poi di averlo riconosciuto quando il marito la insegue minacciandola di morte. Innescato da queste premesse, scatta così un travolgente gioco di bravate e di vendette che coinvolge i tre uomini nel tentativo di conquistare, ciascuno a modo suo, la bella Betìa, la quale non si fa scrupolo di passare dalle braccia del ruvido Tonin al letto del furbo Menato, riuscendo infine a tenersi a casa anche il marito.

Perchè vederlo?

Scritto nei primi decenni del Cinquecento, è un classico della comicità antica, un testo fondamentale per forza linguistica e libertà espressiva che coniuga il divertimento popolare con la raffinatezza culturale del Rinascimento padano. La lingua è resa comprensibile e godibile attraverso il discreto adattamento di Gianfranco de Bosio, grande specialista di Ruzante, da lui riscoperto e riproposto in teatro fin dagli anni Cinquanta.

Dicono dello spettacolo

da Avvenire: Tullio Solenghi vince la non facile partita ruzantesca. E’ un protagonista pieno di corposità ma anche registrato con una sottile malinconia.
da La Repubblica: Il quartetto di interpreti dà vita a una frizzante commedia dell’arte capace di ispirare Goldoni e poi Dario Fo. Da vedere.