L’avaro

di:
Moliere
regia:
Arturo Cirillo
interpreti principali:
Arturo Cirillo (Arpagone)

con
Michelangelo Dalisi (Cleante)
Monica Piseddu (Elisa)
Luciano Saltarelli (Valerio)
Antonella Romano (Mariana)
Salvatore Caruso (Anselmo – Saetta – Fildavena)
Sabrina Scuccimarra (Frosina)
Giuseppina Cervizzi (Mastro Simone – Baccalà – Commissario)
Rosario Giglio (Mastro Giacomo)

traduzione di Cesare Garboli
scene di Dario Gessati
costumi di Gianluca Falaschi
disegno luci di Badar Farok
musiche di Francesco De Melis

Produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Stabile delle Marche

Portare in scena un classico popolare come L’Avaro non è impresa facile e in questo suo lavoro Arturo Cirillo decide di evidenziare il lato noir della comicissima commedia molieriana. Ecco quindi Arpagone, vecchio, vecchissimo, depauperato da ogni orpello, vestito di nero, coi capelli bianchi ed arruffati di un barbone, rinsecchito dalla sua avarizia che lo porta a ripiegarsi, anche fisicamente, su se stesso. Un’avarizia la sua, come il bellissimo finale dichiara esplicitamente, che trascende la cupidigia per il denaro, ma che è una sorta di morbo che lo allontana dai suoi affetti, e che si espande in tutta la sua casa e sulle persone che la abitano. Un Molière, dunque, di cui si riscoprono tutte le possibili liasons con il momento presente.

L’avaro è Arpagone, ma gli altri, cosa sono gli altri? Quale spazio è concesso all’alterità in questa casa corridoio dove tutto è ansiosamente osservato dal suo padre padrone? Tre sono i figli di Arpagone: Cleante, Elisa e … la cassetta, ma solo l’ultima è stata “partorita” da lui stesso. Gli altri sono figli di una madre morta, figli nemici vissuti come sottrattori di giovinezza ed amore, ancor prima che di denari. Mariana, la ragazza che si fa comprare dal vecchio avaro, per intermediazione della ruffiana Frosina, è forse l’ultimo anelito di vitalità, la battaglia finale per dare scacco matto al mondo e alle leggi della natura. Pornografia senile in cui “l’eretto” deve essere solo lui, gli altri li si lascia prigionieri dei loro ruoli, costretti a fare la commedia, mentre lui allude e depista. Solo i servi, non prendendolo sul serio, potrebbero farlo fuori, e non è casuale che sia l’anarchico Saetta a rubargli la cassetta, ma essi però sono pur sempre servi. Insomma gli altri senza Arpagone non si sa bene di cosa possano parlare, di cosa occuparsi. E’ come l’abitudine, secondo la definizione di Samuel Beckett: il collare che tiene legato il cane al suo vomito. Tutti lo schifano, ma tutti ne sono legati, quasi al guinzaglio, e alla fine, quando l’operetta delle agnizioni li scioglie dal legame, loro, finalmente liberi, dove andranno? I vari figli, commissario, ruffiana, futura sposa, cuoco e cocchiere, vecchio nobile napoletano, domestico travestito, di cosa riempiranno ora le loro giornate senza più questo sottrattore di vita? Adesso gli toccherà viverla la vita, diventando Arpagoni loro stessi o magari liberandosi dal cappio dell’avere, del possedere, di quello che è oggi il nostro esistere.

Arturo Cirillo

 

Perchè vederlo?
Portare in scena un classico come L’Avaro non è impresa facile e in questo lavoro Arturo Cirillo decide di evidenziare il lato noir della comicissima commedia molieriana. Ecco quindi Arpagone, vecchio, vestito di nero, coi capelli bianchi ed arruffati di un barbone, rinsecchito dalla sua avarizia che lo porta a ripiegarsi, anche fisicamente, su se stesso. Un’avarizia che trascende la cupidigia per il denaro, ma che è una sorta di morbo che lo allontana dai suoi affetti.