La bottega del caffe’

di:
Carlo Goldoni
regia:
Giuseppe Emiliani
interpreti principali:
Antonio Salines
Virgilio Zernitz
Massimo Loreto
Enrico Bonavera
Elio Aldrighetti
Cristina Sarti
Caterina Bajetta
Michele Di Giacomo
Stefano Cordella
Alessandra Salamida

Produzione Compagnia del Teatro Carcano

Scene e costumi di Guido Fiorato

Musiche di Giancarlo Chiaramello

Dopo il debutto a febbraio 2011 al Teatro Comunale di Treviso, La bottega del caffè ha affrontato una tournée che ha toccato, tra le altre città, Firenze, Trento, Brindisi, Bolzano, Brescia, la Spezia, Milano, Pavia e verrà ripresa nella seconda parte di questa stagione.

Punti di forza di questo allestimento, la regia – rigorosa e, nel contempo, discreta – di un esperto goldoniano come Giuseppe Emiliani; la recitazione dell’affiatata compagnia, con una menzione speciale per Antonio Salines, un Don Marzio campione di maldicenza e pettegolezzo; le scene di Guido Fiorato ispirate a quelle create dal suo maestro Emanuele Luzzati per l’indimenticata edizione del 1989 al Teatro Romano di Verona, protagonista Giulio Bosetti per la regia di Gianfranco De Bosio.

Protagonista della commedia è l’occhialetto, diabolico strumento, col quale Don Marzio, seduto al caffè, spia indiscretamente tutto e tutti, sforzandosi di vedere anche quello che effettivamente non è.

Ciò che caratterizza questo capolavoro goldoniano è l’estrema concretezza con cui sono fuse l’evocazione dello sfondo ambientale, il dipanarsi dell’intreccio imperniato su pettegolezzi, manie, stravaganze, imbrogli e finzioni, e il disegno geniale d’un carattere, quello di Don Marzio, prototipo di quei frequentatori di caffè che sanno di questo e di quello, che raccolgono notizie dalla voce degli altri e dalle gazzette per farsene portavoce, senza la cura di controllarle e di verificarne la fondatezza, mescolando verità e invenzione. (…)

La geniale costruzione drammaturgica della commedia lascia allo spettatore la sensazione di osservare i casi dell’esistenza attraverso l’occhialetto diabolico di un maldicente che, in fondo, è l’unico a vedere, a suo modo, il mondo ipocrita che lo circonda: un mondo dominato e corrotto dal denaro, una Venezia inquieta dove accanto a uomini dabbene si muovono altri che dilapidano le proprie sostanze in preda al demone del gioco, altri che si lasciano dissanguare da bari e usurai, altri, ancora, che si abbandonano a tresche a buon mercato. (…) C’è una lucidità di analisi in Don Marzio. Egli è miope, guarda le cose e le persone con l’occhio della mente, esagera e deforma, ma non di molto; (…) si limita a gridare ciò che pensa e dice l’intera comunità che, come ogni comunità dabbene, ha bisogno di un capro espiatorio per sopravvivere senza arrossire troppo di se stessa, e lo individua in Don Marzio, puntiglioso e insinuante, sempre pronto a inforcare il suo occhialetto e puntarlo sui casi del “mondo”. (…)

Perchè vederlo?
Perché le storie di maldicenza, indiscrezione, malizia ambientate da Goldoni in un caffè veneziano del suo Settecento potrebbero essere trasferite pari pari ai giorni nostri.

Dicono dello spettacolo

da Corriere della Sera
La messinscena di Emiliani non propone un Goldoni lezioso, è una messinscena onesta che ben rende la vivacità, la vita di quel microcosmo, che è il regno del “tristo” Don Marzio, gentiluomo spiantato e malalingua che il bravo Salines rende come un uomo quasi innocente.